esperienze di ricerca archeologica a Prato e nel pratese

Categoria: Ricerche sul territorio
Pubblicato Domenica, 27 Marzo 2011 20: :30
Scritto da Super User
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Marco Giachetti (Gruppo Archeologico Fiorentino)


I ritrovamenti, determinati dalle opportunità offerte dalle trasformazioni del territorio, furono favoriti dalla presenza nel nostro Gruppo di vecchi membri del Gruppo Archeologico Pratese tra cui Lucia Bregoli, Maura Bigagli, Carlo Anselmi ed altri.

Inoltre la vicinanza di residenza di alcuni e l'essere Prato il luogo sede dell'attività lavorativa, hanno fatto il resto, al punto che la città, con oltre cento episodi di ritrovamento in vent'anni, è uno dei teatri principali di attività.

Le novità di questi anni riguardano la preistoria più antica (Paleolitico Inferiore) ormai sicuramente identificato a Comeana e nella valle del Bardena; laggiù ai due bifacciali pubblicati recentemente, se ne aggiunge uno piuttosto piccolo, a dorso naturale, simile a quello noto da decenni, proveniente da Bricoli (Lastra a Signa).

Questo manufatto è compatibile con sporadici strumenti enucleabili da raccolte che a volte comprendono anche migliaia di oggetti: sono choppers, raschiatoi e denticolati prelevati nell'areale compreso tra Comeana e Signa. A Vainella è invece presente un piccolo bifacciale ogivale, riferito al Paleolitico Inferiore, mentre il resto dell'industria di lì, oltre tremila pezzi, è difficilmente attribuibile: da un lato abbiamo quella compatibile con il bifacciale (grossi raschiatoi e denticolati carenati), dall' altro quella del Paleolitico Medio (che presenta soprattutto raschiatoi e nuclei discoidali) ed infine quella del Neo-Eneolitico (che produce cuspidi di freccia, bifaccialetti campignani, scheggioni e strumenti di tradizione del paleolitico antico).

L'industrie del Paleolitico medio di Galceti e di Figline, già parzialmente note dai lavori di Gambassini, Martini e Fornaciari, sono documentate ormai lungo tutta la fascia pedemontana: La Pietà, Villa Fiorita, Vainella, Galcetello, Villa Campolmi, lago di Bagnolo, piano di Montemurlo ed infine da tre giacimenti nella zona di Comeana, a Sud.

 

Nella maggioranza dei casi non si arriva al centinaio di strumenti sufficienti per una attribuzione più precisa; anche l'industria di Galceti, contestata dal Fornaciari al Gambassini, con un riferimento al Musteriano Levallois piuttosto che alla fase di passaggio dal Paleolitico Medio al Superiore, deve essere in realtà ricondotta a due raccolte diverse: quella del Fornaciari in due luoghi precisi del Parco, quella del Gambassini probabilmente in tutto il Parco.

Tra le industrie musteriane delle nostre raccolte è da segnalare quella di Villa Campolmi che comprende splendide punte levallois, discoidi e raschiatoi, con il piano di percussione preparato. I complessi del paleolitico superiore sono difficilmente separabili da quelli neo-eneolitici per la presenza di oggetti attribuibili ad entrambi i periodi; un singolo bulino, proveniente da SoIano e parte dell'industria di Comeana - via Poggio Orsoli , possono essere riferiti al Paleolitico Superiore già noto in comune di Carmignano, a Poggio alla Malva e Pianali.

Il Neolitico dette una prima sicura traccia di sé nel 1984 con il ritrovamento in zona Galcetello di un frammento ceramico decorato a bande lineari nel classico stile di Fiorano Modenese ( a Sesto un atelier per la fabbricazione di ceramiche di questa cultura è stato datato al radio-carbonio a 6200 anni fa).

Nei primi anni '90 la costruzione di un complesso polivalente tra il Museo Pecci e la chiesa di Sant'Andrea a Tontoli, portò alla sfortunata distruzione di un interessante sito del Neolitico Medio: tra le centinaia di reperti che avventurosamente recuperammo si nota una compresenza di elementi della Cultura dei vasi a bocca quadrata ed altri della Cultura di Diana (a Sesto i fondi di capanna "puri" delle due culture sono stati datati rispettivamente a 3700 - i vasi a bocca quadrata - e 3200 A.C. i "Diana").

Tra i reperti del "Pecci" sono da notare due ciottoli con coppelle incise senz'altro usate per macinare colori (granuli di cinabro); è possibile che si tratti di uno dei più antichi utilizzi di questo minerale del mercurio.

I numerosi ed interessanti materiali recuperati dagli amici del Gruppo "l'Offerente" sulle pendici della Calvana (strumenti microlitici, cristalli di quarzo, ossidiana e frammenti di ceramica) hanno corrispondenza con quelli ritrovati da noi presso Travalle, in comune di Calenzano, dove si è recuperata un'ansa tubiforme tipica dei vasi della Cultura di Diana.

Le frequentazioni dell'Età del Rame sono testimoniate dal giacimento del Ponte Petrino, con ceramica decorata a graffito di influenza meridionale e numerose scorie di rame che, assieme a frammenti di crogioli e di forme di fusione, attestano uno sfruttamento dei piccoli giacimenti cupriferi locali già nel 2700 A.C. La fase media dell'Età del rame è testimoniata da frammenti ceramici decorati a "spazzola" ed a "squame" recuperati in via Curie ed a Villa Campolmi, mentre la fase finale dell'Eneolitico (Cultura del Bicchiere Campaniforme), così ben documentata a Sesto Fiorentino, è sicura a Prato in almeno quattro giacimenti: a Villa Campolmi, Galcetello, Tirassegno di Galceti, Villa Banchieri.

L'Età del Bronzo, seppure testimoniata in numerosi giacimenti, non offre indicazioni cronologiche precise oltre quelle già note di Filettole (Bronzo Medio Iniziale), Cava Rossa di Figline (Appenninico), Galceti/Monteferrato (Bronzo Finale).

L'Età del Ferro (Cultura Villanoviana) è attestata da un'ansa a torciglione recuperata presso il Tirassegno di Galceti ed inoltre dallo straordinario giacimento di Baciacavallo - Cafaggio ; qui lo sbancamento per la fognatura del depuratore di Baciacavallo, profondo almeno 5 metri, tagliò in pieno una complessa stratigrafia, in cui alla base c'era un livello neo-eneolitico, attestato da frammenti litici, ceramici ed accettine levigate in serpentino. Questo livello (non potemmo purtroppo osservare la stratigrafia) era sovrastato da uno assai più consistente dell'Età del Ferro, con numerosa ceramica villanoviana decorata (con stringenti analogie con il villanoviano fiorentino e fiesolano: ciotola identica alla Tomba Gambrinus 4, biconico molto simile del Museo di Fiesole) ed anche con il villanoviano bolognese (per le elaborate, belle anse con decorazioni zoomorfe, a testa di cerbiatto). Assai suggestivo è il recupero di un vero e proprio "set" per la tessitura (punteruolo, coltello da tessitore, ago in osso, fuseruole e rocchetti in terracotta) che documenta come questa attività economica sia radicata a Prato fin dalle epoche più antiche. La presenza di una cinquantina di punte di pali ed altri numerosi resti organici come semi, sterpi e paglia carbonizzati, fa capire che la zona doveva essere molto umida, torbosa (evidentemente la palude delle Cascine di Tavola, non ancora bonificata, era assai più estesa dell'attuale).

La civiltà etrusca (di cui il villanoviano di Baciacavallo costituisce un prologo) è nota da precedenti significativi come il gruppo di bronzetti di Pizzidimonte, quell'altro di casa Guasti, il cippo di Montemurlo ed il frammento di casa Bonamici. Il ritrovamento di Gonfienti, occasionato dai lavori per l'interporto era annunciato già da precedenti opere di risagomatura del fosso di bonifica, parallelo ad Est, della gora del Ciliegio (questo da la misura dell'estensione del sito, sicuramente degli ettari) riferibile ad un abitato di una certa importanza, seppure non delle dimensioni "sparate" recentemente sui giornali (ai quali si deve anche l'inesattezza di ascriverlo all'epoca ellenistica, mentre restituisce materiali del V - IV sec. A.C.) .

A Baciacavallo il villaggio villanoviano conosce una fase di abbandono nel VII secolo ed una rifrequentazione etrusca nel VI secolo, testimoniata da ceramica fine decorata a fasce rosse o brune e bucchero pesante decorato a stralucido, simile a quello recuperato al Tempio della Piaggeria di Artimino ed a Sesto.

Un'ansa di una comune olla stamnoide d'impasto era rivestita da una laminetta di piombo su cui si notano più file di lettere etrusche (forse si tratta di un contrassegno mercantile del tipo aska eilevana - vaso da olio).

Tracce di sepolture sono presenti a Pizzidimonte, dove tra il materiale romano di via Bresci è presente un coronamento di cippo fiesolano tipo B, a forma di mandorla, ben confrontabile per dimensioni con la sommità del cippo di Montemurlo ed alla Villa Banchieri, dove si è recuperato un disco-coperchio di tomba a pozzetto, in calcare del diametro di cm 74, già noto al pubblico come confronto con la copertura della tomba del Guerriero del Prato Rosello ad Artimino. Il medesimo sbancamento ha dato al Podere Banchieri, anche una fibula bronzea con lunga staffa (gemella di quelle note della Tomba del Guerriero) oltre ad un chiodetto di bronzo.

I materiali ellenistici del Palco, Canneto e dell'Ospedale, non hanno avuto per ora  incrementi salvo sporadiche presenze qua e là di ceramica a vernice nera, a La Pietà, Podere Banchieri, San Giorgio a Colonica, Paperino.

L'epoca romana è caratterizzata dal reticolo centuriale, che risulta l'elemento portante dell'urbanizzazione di Prato: infatti la Pieve di Santo Stefano sorse in una zona caratterizzata dall'incrocio di quintarii (cardine e decumano) nelle vicinanze della via Cassia.

L'espansione edilizia attuale ha già dato occasione di conoscere alcuni siti di ville (caratterizzate dalla presenza di reperti nobili come stucchi, tessere di mosaico, marmi) sotto Il Palco ed a La Pietà; di fattorie (aree di cocciame più piccole, prive di mosaici e marmi) a Pizzidimonte, in via P. della Francesca, Le Lastre, Bivio di Bagnolo, Podere Bosco di Montemurlo.

Anche a Baciacavallo si ha una lunga frequentazione del sito, indicata da almeno cinque lucerne in terracotta, una tessera in piombo con iscrizione latina che ci fa conoscere il nome del primo pratese, Giusto Carinna (il cognome di chiara ascendenza etrusca, è quanto mai suggestivo: come non pensare ai vari Carmignano e Carmignanello frequenti nella toponomastica delle vicinanze?).

Il giacimento di Baciacavallo è anche importante per il recupero di 55 monete di bronzo (dagli assi di Tiberio I Claudio ai minimi del V° secolo) troppo distanti negli anni per riferirli ad una tesaurizzazione, piuttosto da pensare come episodi di smarrimento in terreno fangoso o paludoso.

Gli insediamenti romani, ben distribuiti sul territorio (si può pensare che ce ne fosse, in pianura, almeno uno ogni centuria, circa mezzo Kmq.) erano collegati da cardini e decumani centuriali di cui se ne osservò uno (cardine) in via del Ferro, all'altezza del bivio per Paperino. Residui di sepolture (ossa umane, tegolame, elementi di corredo) si raccolsero sotto la Villa del Palco, al Ponte Petrino, in Viale della Repubblica.

Il monetiere di Prato, oltre le 55 di Baciacavallo, comprende anche un antoniniano di Probo, dal Podere Bosco, un antoniniano di Tetrico, dal Ponte Petrino, mezzo centennionale costantiniano dal Palco, un minimo (irriconoscibile) del V secolo da Pizzidimonte.

Concludendo infine, si spera in futuro, con il beneplacito della Sovrintendenza Archeologica, di ricondurre a qualche istituzione museale di Prato, queste importanti testimonianze storiche.

 

-  Da  “ I   40.000 anni di Prato“  ciclo di conferenze realizzato dal Gruppo Archeologico l’Offerente, con la collaborazione di : Andrea Donnini, Marco Giachetti, Carlo Paoletti, Maurizio Forli (Gruppo Hobby & Scienza) e patrocinato dalla Circoscrizione Prato Nord.