....... LA VOCE DELL'ANTICA PIETRA VINCE IL SILENZIO DEI SECOLI …..

Il convegno alla villa del Palco del 22.09.2024

 

 

Il 22 Settembre del 2024 è una data da ricordare per quel che riguarda l’Archeologia pratese, in quanto in una sede già di per sé ricca di suggestioni storiche e di riferimenti culturali (Villa S.Leonardo al Palco), si è tenuto un convegno sul tema facendo riferimento al territorio pratese inteso nella sua globalità, sia spaziale che temporale. Ciò non avveniva da tantissimi anni; negli incontri sull’argomento che si sono succeduti dall’inizio di questo  secolo sino ad ora (pochi, per la verità) si era parlato quasi esclusivamente di Gonfienti,  che comprensibilmente per la sua novità e rilevanza aveva monopolizzato l’attenzione degli addetti ai lavori,  mai come questa volta l’oggetto era stato  l’intero patrimonio archeologico che il nostro territorio ci ha restituito nel corso del tempo, proveniente da varie zone e da varie epoche.

Così Franco Focosi e Giacomo Fratti presentavano l’evento su Visentium, il semestrale del G.A.O.:

L'archeologia a Prato.

(22 Settembre 2024)

"La scorsa domenica alla villa del Palco si è parlato della storia archeologica di Prato, delle recenti scoperte che hanno interessato il territorio pratese e delle iniziative future in programma legate al tema. Un tema interessante non solo per gli addetti ai lavori, ma per tutta la comunità pratese, come dimostra la grande partecipazione: l'evento ha richiamato oltre cento persone. Al centro del convegno una sintesi delle ricerche a Gonfienti, la presenza etrusca sulla Retaia e nei dintorni della Villa del Palco oltre al racconto di un nuovo spazio espositivo a Palazzo Pretorio.

Sono intervenuti: Maurizio Bini (presidente del Gruppo Archeologico L’Offerente-GAO), Massimo Tarantini e AriannaVernillo (Sovrintendente Fi- Po),Veronica Bartoletti (Museo dell'Opera del Duomo di Prato), Rita Iacopino (Museo diPalazzo Pretorio), Luca Cappuccini (docente dell'Università diFirenze), Raffaella Da Vela (docente dell'università di Tubingen) e Marco Sapia (assessore ai lavori pubblici del Comune di Prato)."

 

 

 

Il programma della serata è quello riportato nella locandina.

Prima degli interventi dei vari relatori, nello spazio riservato come di consuetudine ai saluti iniziali e al benvenuto ai partecipanti, dobbiamo mettere in evidenza un breve discorso introduttivo di Veronica Bartoletti, direttrice dei Musei diocesani di Prato, nel quale, dopo aver ricordato il legame tra la Villa del Palco e i musei diocesani, in particolare il Museo dell’Opera del Duomo, rende noto come, circa un anno e mezzo prima, una segnalazione (Maurizio Bini del Gruppo Archeologico l’Offerente) abbia portato alla scoperta nei depositi del museo di alcuni reperti archeologici provenienti proprio dalla Villa del Palco, conservati in cassetti e mai esposti al pubblico. Da questa circostanza, prosegue, inizia una collaborazione per studiarli e restituirli al luogo di provenienza. Tali reperti quindi, dopo le necessarie procedure amministrative, saranno finalmente ricollocati alla Villa del Palco ed esposti in una teca, permettendo così di valorizzarli e di renderli finalmente accessibili al pubblico.

Seguono quindi gli interventi dei relatori, secondo l’ordine della scaletta in locandina:

 

 

 

Prato prima di Prato: un nuovo spazio espositivo a Palazzo Pretorio

 

 

 

Rita Jacopino

L’intervento è dedicato al significato culturale e istituzionale dell’allestimento della nuova vetrina “Prato prima di Prato” al Museo di Palazzo Pretorio, realizzata in occasione del decennale dell’apertura del museo. L’oratrice ringrazia il Gruppo Archeologico l’Offerente e la Villa del Palco per l’ospitalità, sottolineando come l’iniziativa nasca da un percorso lungo e coerente, non da un episodio isolato.

Viene ribadito il ruolo fondamentale del Museo Civico come museo della città, cioè come luogo deputato a raccontare l’identità storica di Prato nel suo complesso, non solo attraverso le grandi opere d’arte, ma anche mediante la memoria storica, civile e archeologica del territorio. In questo senso, la vetrina dedicata alla fase preurbana della città colma una lacuna storica dell’allestimento originario del museo, che già dieci anni fa prevedeva uno spazio per gli scavi di Gonfienti, rimasto però irrealizzato.

L’intervento ripercorre brevemente la storia del Museo Civico di Prato, a partire dalla Galleria Comunale istituita nel 1912, affiancata fin da subito da altre sezioni fondamentali per l’identità cittadina: il Museo del Risorgimento, le raccolte di memorie pratesi, le collezioni dedicate a Lorenzo Bartolini e Alessandro Franchi. Questo modello di museo, inteso come sintesi della storia artistica e civile locale, è ancora oggi il principio guida di Palazzo Pretorio.

In questo quadro si inserisce la nuova vetrina archeologica, che racconta la lunga durata del territorio pratese, dal Paleolitico all’età romana, attraverso reperti provenienti dagli scavi locali, integrati da un apparato multimediale. L’obiettivo è restituire ai cittadini la consapevolezza della profonda antichità e ricchezza storica del territorio, ben precedente alla nascita della Prato medievale.

L’oratrice richiama tappe fondamentali di questo percorso, come la mostra del 1978 sui reperti archeologici del museo e, soprattutto, la mostra “L’ombra degli Etruschi” del 2016, considerata un momento decisivo per la comprensione del ruolo di Prato e della Piana in età etrusca. In particolare, viene ricordata l’esposizione congiunta dei celebri bronzetti votivi provenienti dall’area di Pizzidimonte e della Villa Pieri-Capponi, tra cui l’Offerente oggi al British Museum, che ha restituito un’immagine nuova e più articolata del territorio.

Grande rilievo è dato alla collaborazione continuativa tra Museo di Palazzo Pretorio, Soprintendenza, Comune di Prato, Regione Toscana e Gruppo Archeologico l’Offerente. Accordi e convenzioni, stipulati a partire dal 2022, hanno reso possibile non solo la valorizzazione degli scavi di Gonfienti e del Mulino, ma anche la promozione, le visite guidate e la fruizione in sicurezza dei siti archeologici.

L’intervento si conclude sottolineando il valore umano e professionale di questa collaborazione tra istituzioni museali e archeologi, riconoscendo agli studiosi la piena responsabilità scientifica del progetto e ribadendo come la nuova vetrina rappresenti un tassello essenziale per completare il racconto storico della città: Prato non nasce nel Medioevo, ma affonda le sue radici in una storia molto più antica, che oggi trova finalmente spazio nel museo della città.

 

 

 

Massimo Tarantini

Quest’intervento è dedicato alla presentazione del percorso espositivo “Prato prima di Prato”, allestito in un piccolo ma significativo spazio del Palazzo Pretorio. La mostra si sviluppa all’interno di una singola vetrina di circa tre metri, una scelta che ha imposto una selezione rigorosa dei materiali, orientata non alla completezza ma alla costruzione di un racconto storico coerente.

All’interno di questo spazio sono stati individuati cinque momenti chiave della storia più antica del territorio pratese:

  1. il primo popolamento nel Paleolitico;
  2. l’avvio dell’economia produttiva, con agricoltura e allevamento;
  3. l’affermarsi di un grande insediamento nell’età del Bronzo;
  4. la fase etrusca, con il sito di Gonfienti;
  5. l’epoca romana, che plasma in modo duraturo il territorio attraverso la viabilità e la centuriazione agraria, i cui segni restano leggibili anche nei secoli successivi.

Come in ogni operazione di sintesi, alcune rinunce significative sono state inevitabili. Non sono esposti, ad esempio, i materiali provenienti da Galciana, nell’area del nuovo ospedale, dove l’archeologia preventiva ha portato alla scoperta di un tratto di strada romana di 120 metri, databile al I secolo a.C., affiancata da una zona produttiva con fornaci per ceramica e laterizi. Allo stesso modo, non trovano spazio i rilevanti ritrovamenti di Baciacavallo (1996), che hanno restituito un ingente quantitativo di ceramiche di età villanoviana (IX–VIII secolo a.C.) ma purtroppo senza un contesto stratigrafico di riferimento, ciò che ne limita le possibilità interpretative.

Il percorso espositivo e narrativo è costruito attorno a tre elementi fondamentali. Il primo è la specifica configurazione ambientale del territorio pratese, un’area ecotonale caratterizzata dall’incontro di valle, montagna e pianura. Quest’ultima, in antico, aveva un aspetto molto diverso da quello attuale, probabilmente simile a una vasta zona umida, ricca di risorse e favorevole alla pesca, alla caccia e all’insediamento umano. Il secondo elemento è la ricchezza d’acqua, fattore decisivo per la continuità di frequentazione del territorio. Il terzo è il suo porsi come crocevia tra diverse direttrici, ruolo evidente fin dal Neolitico e confermato in età etrusca e romana: Gonfienti, in particolare, si sviluppa come nodo strategico nei collegamenti tra Etruria interna, Pianura Padana e Tirreno, in una relazione quasi speculare con il sito di Marzabotto.

Dal punto di vista dell’allestimento, si è scelto di rinunciare alle didascalie connesse ai singoli reperti, integrando le informazioni direttamente nel racconto espositivo all’interno della teca. A questa scelta si affianca la realizzazione di un video, pensato come strumento complementare per offrire una diversa angolazione narrativa sulla storia del territorio prima della nascita della città di Prato.

 

 

 

Arianna Vernillo

L’intervento si concentra sulle scelte dei reperti esposti, chiarendo i criteri adottati nella selezione. L’obiettivo è stato quello di privilegiare la rappresentatività delle classi di materiali, intese come le categorie di reperti che documentano la vita quotidiana e le pratiche culturali delle comunità che hanno occupato a lungo questa porzione della piana pratese, dalla preistoria all’età romana.

Particolare attenzione è stata riservata al patrimonio fittile, ovvero alle ceramiche, che costituiscono una fonte privilegiata per la ricostruzione storica. Sono esposti manufatti neolitici, dell’età del Bronzo e soprattutto di epoca romana, tra cui brocche, olle e piatti in terra sigillata, ceramica fine tipica dell’età repubblicana romana.

Un focus specifico riguarda la ceramica rinvenuta nel sito etrusco di Gonfienti, in particolare quella proveniente da una sala da banchetto della grande residenza del lotto 14 (edificio 1), oggi accessibile anche al pubblico. Accanto alla produzione locale, sono stati selezionati esempi di ceramica di importazione, provenienti dall’Attica, cioè dalla regione di Atene. Questi materiali testimoniano il pieno inserimento di Gonfienti – e più in generale del territorio pratese – in un sistema di scambi a lunga distanza, che collegava l’Etruria interna non solo alla Pianura Padana e all’Adriatico, ma anche al mondo greco.

Tra i reperti esposti, Vernillo si sofferma in particolare su un minuscolo frammento di ceramica attica a figure nere, apparentemente insignificante, ma in realtà altamente eloquente. Il frammento appartiene al fondo di una kylix, una coppa da banchetto usata per bere, diffusa sia nel mondo greco sia in quello etrusco. Sul fondo è raffigurato un Satiro che suona l’aulos, il doppio flauto.

L’iconografia consente di richiamare il mito di Marsia, il satiro che raccolse l’aulos inventato da Atena e osò sfidare Apollo in una gara musicale, venendo sconfitto e crudelmente punito. Il racconto mitologico permette di comprendere il valore simbolico dello strumento: nel mondo greco classico gli strumenti a fiato erano associati alla ferinità, alla barbarie e alla tracotanza, in contrapposizione alla musica ordinata e razionale degli strumenti che possono accompagnare il canto, come la cetra, considerata espressione di armonia e civiltà.

Attraverso questo piccolo frammento ceramico emerge dunque un universo culturale complesso, che rimanda a valori, miti e modelli ideologici propri di una tradizione culturale elevata. La presenza di un oggetto simile a Gonfienti indica chiaramente che i proprietari della grande domus intendevano richiamarsi consapevolmente al mondo greco, adottandone simboli e linguaggi come strumenti di prestigio e autorappresentazione.

L’intervento si chiude sottolineando come anche un reperto minimo, se correttamente interpretato e contestualizzato, possa raccontare molto non solo sui contatti commerciali, ma anche sulle aspirazioni culturali e identitarie delle élite che abitavano il territorio pratese in età etrusca.

 

 

 

Sulla preistoria di Prato



 

 

Massimo Tarantini

In questo intervento si affronta il tema della preistoria del territorio pratese, un ambito cronologico raramente trattato ma che, nonostante le difficoltà, si rivela estremamente ricco di potenzialità. Il contributo, che si avvale della cartografia elaborata da Luca Biancalani, mette subito in evidenza un limite strutturale fondamentale della ricerca: la sostanziale assenza di siti in giacitura primaria. Nel comune di Prato, infatti, con una sola eccezione, non è mai stato condotto uno scavo archeologico sistematico su contesti preistorici. Le conoscenze attuali derivano quasi esclusivamente da ritrovamenti di superficie, raccolti da gruppi archeologici locali, e in parte da interventi di archeologia preventiva legati a lavori pubblici.

Questa situazione comporta una povertà di informazioni stratigrafiche e rende impossibile attribuire con precisione cronologica alcuni reperti, che vengono datati soprattutto su base tipologica e tecnologica. Come è, ad esempio per i manufatti litici che sembrano indicare il primo popolamento del territorio pratese da parte dell’uomo di Neanderthal, collocandolo attorno ad almeno 50.000 anni fa. Tale datazione si basa in particolare sui materiali rinvenuti nell’area di Galceti, studiati nel 1970 da Paolo Gambassini, che li attribuì a una fase finale del Musteriano, cultura tipica del Paleolitico medio neanderthaliano.

Vari ritrovamenti genericamente riferibili al Paleolitico medio, concentrati soprattutto nell’area del Monteferrato, indicano una chiara scelta insediativa delle fasce pedemontane, favorita dalla presenza di un’importante risorsa naturale: il diaspro, utilizzato per la produzione di strumenti in pietra. Tra questi reperti compaiono manufatti realizzati con la tecnica Levallois, una tecnologia distintiva di Neanderthal che presuppone capacità avanzate di pianificazione e standardizzazione della produzione, dimostrando un elevato livello cognitivo.

Con l’arrivo di Homo sapiens in Europa (circa 42.000 anni fa), la documentazione nel territorio pratese rimane scarsa e sporadica per il Paleolitico superiore. Maggiori informazioni emergono invece da contesti successivi, legati alla frequentazione venatoria di ambienti montani, come indicano alcuni ritrovamenti sulla Calvana. Particolare rilievo assume il sito di Cantagrilli, indagato tra il 1989 e il 2003 su segnalazione del Gruppo Archeologico L’Offerente e successivamente oggetto di due campagne di scavo da parte delle università di Siena e Firenze, coordinate da Lucia Sarti. Qui è stata rinvenuta una grande quantità di microliti, piccoli strumenti litici (dell’ordine di uno-due centimetri) utilizzati principalmente per la caccia. Gli studi tracceologici hanno mostrato che questi strumenti erano impiegati sia come armi da getto sia per la lavorazione e la macellazione di materiali animali. È emerso inoltre che la produzione avveniva in loco, come dimostrano i nuclei litici rinvenuti, lavorati con una tecnica a pressione, tipica della fase di transizione tra Mesolitico e Neolitico, che rappresenta un ulteriore avanzamento nella standardizzazione produttiva.

Un elemento di grande interesse è la presenza a Cantagrilli, accanto ai manufatti litici di tradizione mesolitica, di frammenti ceramici. Questo dato apre il dibattito sull’identità delle comunità coinvolte: ultimi cacciatori-raccoglitori entrati in contatto con gruppi neolitici o primi neolitici che conservano tradizioni mesolitiche? Secondo L. Sarti et al., il contesto va attribuito a un primo Neolitico, collocabile nel VI millennio a.C., fase cruciale segnata dall’introduzione di agricoltura e allevamento, trasformazioni fondamentali per la storia umana.

Le testimonianze neolitiche nel Pratese sono numerose e ancora una volta con una importante concentrazione nell’area di Galceti, ma il complesso più rilevante sembra essere quello di Ponte Petrino, lungo il versante della Calvana. Qui si ipotizza l’esistenza di un grande insediamento neolitico di lunga durata, dedotto dalla varietà dei decori ceramici e dalla presenza di numerose macine e macinelli, che attestano in modo inequivocabile la pratica intensiva dell’agricoltura.

I materiali rinvenuti documentano inoltre l’inserimento di Prato in ampie reti di scambio: ceramiche di derivazione sia meridionale che settentrionale, ossidiana proveniente dalla Sardegna o dalle isole Lipari, pietre verdi sia locali sia di origine alpina. In questo stesso contesto sono state rinvenute anche scorie di fusione metallurgica, che, se correttamente associate ai materiali neolitici di superficie, potrebbero risalire al V millennio a.C., costituendo una delle più antiche testimonianze di attività metallurgica in Europa, ipotesi che resta comunque in attesa di conferme da contesti stratigrafici certi.

L’intervento si conclude sottolineando l’enorme potenziale dell’archeologia pratese, non solo per la preistoria ma anche per le epoche successive. In particolare, si evidenzia come alcune aree chiave, come quella del presunto grande insediamento neolitico, siano ancora libere da urbanizzazione, offrendo un’occasione straordinaria per future indagini sistematiche e per acquisire nuove conoscenze fondamentali sulla storia più antica del territorio.

 

 

 

Etruschi a Gonfienti: una nuova sintesi delle ricerche

 


 

 

Luca Cappuccini

L’intervento si apre con una serie di ringraziamenti istituzionali e personali, che delineano il quadro umano e scientifico della ricerca in corso a Gonfienti. Il relatore ricorda il ruolo determinante di Gabriella Poggesi, che per prima offrì all’Università di Firenze la possibilità di intervenire sul sito, inizialmente in regime di collaborazione e successivamente, dall’anno in corso, attraverso una concessione ministeriale ufficiale affidata al Dipartimento SAGAS. Gonfienti diviene così uno scavo universitario di riferimento per l’insegnamento dell’Etruscologia presso l’Ateneo fiorentino. Viene inoltre sottolineato il contributo fondamentale di studenti, dottorandi e collaboratori, impegnati in campagne di scavo estive e autunnali particolarmente lunghe e gravose.

Il relatore chiarisce come la scelta di scavare Gonfienti rappresenti una scelta scientifica totalizzante, che ha comportato la concentrazione di tutte le risorse di ricerca su una porzione limitata ma altamente significativa di un insediamento di dimensioni eccezionali. L’intervento si concentra quindi sulle attività svolte negli ultimi anni e sui risultati più recenti.

L’attenzione è posta su un nuovo edificio, situato a circa 50 metri dall’Edificio 1, già noto. Inizialmente individuato attraverso saggi di verifica che mostravano soltanto tratti murari di facciata, lo scavo ha progressivamente rivelato una struttura rettangolare affacciata sulla grande strada glareata, con una pianta che ricalca lo schema della domus ad atrio, ma con dimensioni standard, comprese tra i 400 e i 600 m², in linea con le abitazioni etrusche più comuni, a differenza dell’Edificio 1, eccezionale per estensione.

L’edificio presenta un ingresso centrale e ambienti laterali aperti sulla strada, interpretati come botteghe o spazi artigianali, probabilmente gestiti dal nucleo familiare allargato che occupava l’abitazione. Lo scavo è reso complesso dalla presenza di numerosi tagli e manomissioni post-antiche, tra cui solchi di aratro e grandi canali di epoca rinascimentale e moderna, che hanno in parte compromesso la conservazione delle strutture etrusche.

Un elemento di particolare rilievo è rappresentato dallo studio della strada antistante l’edificio, dove è stato individuato un porticato di fase tarda, realizzato occupando parte dello spazio pubblico. Questo “abuso edilizio” ha consentito di scavare in profondità le diverse fasi della sede stradale, rivelando almeno tre momenti successivi: una fase finale con marciapiede, una fase monumentale contemporanea all’edificio e una fase più antica ancora, tagliata dalla canaletta drenante. Questo dato suggerisce che l’impianto urbanistico ortogonale di Gonfienti sia stato realizzato su preesistenze, e non ex novo.

All’interno dell’edificio, particolare attenzione è dedicata al corridoio di ingresso, dotato di una canaletta per il deflusso delle acque provenienti da un’area aperta (impluvio). Questa canaletta mostra una complessa sequenza di interventi: ampliamento, rifacimento delle spallette e infine completa tamponatura nell’ultima fase di vita dell’edificio. La chiusura intenzionale del sistema di drenaggio è interpretata come un segnale di trasformazione funzionale dell’edificio.

Le analisi stratigrafiche consentono di distinguere chiaramente una fase monumentale, corrispondente alla casa ad atrio, e una fase finale, in cui l’ingresso monumentale viene chiuso e le murature riutilizzate per un nuovo edificio. In questa fase tarda viene realizzato un grande focolare centrale, di dimensioni eccezionali (circa 2 × 1,5 m), probabilmente destinato a un uso collettivo e non esclusivamente domestico, suggerendo una diversa funzione dell’edificio o un diverso assetto abitativo.

Il relatore presenta poi un nuovo saggio aperto verso ovest, dove è emerso un grande muro acciottolato privo di tramezzi interni, interpretabile come limite di un’area recintata o di un grande edificio non ancora completamente indagato. L’accumulo di laterizi e coppi di colmo di grandi dimensioni fa ipotizzare la presenza di un ulteriore complesso edilizio di rilievo.

Non manca un riferimento alle criticità ambientali del sito: la falda acquifera superficiale, le difficoltà di drenaggio e i recenti eventi meteorologici estremi, che hanno reso necessario l’intervento del Consorzio di Bonifica per riattivare canalette antiche e proteggere le strutture. Questi problemi attuali richiamano da vicino le stesse difficoltà idrogeologiche che potrebbero aver contribuito all’abbandono dell’insediamento etrusco.

L’intervento si conclude con una riflessione programmatica sul futuro di Gonfienti. L’area archeologica non viene concepita come un semplice sito di scavo, ma come un potenziale parco archeologico e museo a cielo aperto, capace di integrare valore storico, paesaggistico e ambientale. Tuttavia, tale prospettiva può realizzarsi solo attraverso un impegno coordinato di enti pubblici, comunità locali e istituzioni, sostenuto da risorse economiche adeguate.

Gonfienti è oggi uno scavo didattico e scientifico di primaria importanza per l’Università di Firenze: il “motore” della ricerca è stato avviato grazie all’impegno e al lavoro degli studenti, ma per passare a un regime stabile e pienamente produttivo sono necessarie risorse straordinarie, proporzionate all’eccezionalità del sito e all’ambizione di riportare alla luce e comprendere una vera e propria città etrusca.

 

 

Arianna Vernillo

L’intervento si apre con un richiamo all’eredità scientifica e metodologica lasciata dalla dott.ssa Gabriella Poggesi, cui si deve l’avvio e la lunga conduzione di una ricerca archeologica stratigrafica sistematica nella Pianura Pratese. Questa indagine, attiva da oltre vent’anni, rappresenta l’unico scavo stratigrafico continuativo dell’area e ha condotto a una delle acquisizioni scientifiche più rilevanti non solo per la Toscana settentrionale, ma per l’intera Italia centro-settentrionale: la scoperta e lo studio dell’insediamento etrusco di Gonfienti. L’intervento propone una sintesi dei principali contesti emersi nel corso delle campagne di scavo, lasciando poi spazio agli sviluppi più recenti della ricerca, tuttora in corso a cura dell’Università di Firenze.

Il sito di Gonfienti sorge in una posizione topografica strategica, alla estremità sud-orientale della pianura pratese, compreso tra il fiume Bisenzio, il torrente Marinella e il piede della Calvana, in prossimità dell’altura di Pizzidimonte. Quest’area era già nota per ritrovamenti ottocenteschi di materiali votivi oggi conservati in importanti musei internazionali, come il BritishMuseum e il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Storicamente destinata all’uso agricolo, la zona è stata profondamente trasformata a partire dalla fine degli anni Novanta del Novecento in seguito ai lavori di potenziamento infrastrutturale dell’Interporto della Toscana Centrale, uno dei maggiori scali merci dell’Italia centro-settentrionale. L’area ricade oggi sotto le competenze amministrative dei comuni di Prato e Campi Bisenzio.

Dal punto di vista geomorfologico, Gonfienti si colloca su una terrazza alluvionale a circa 50 metri sul livello del mare, formata da sedimenti fluviali e naturalmente protetta dalle esondazioni del Bisenzio. Queste caratteristiche rendono il sito particolarmente adatto a un’occupazione stabile e continuativa, documentata non solo in età etrusca, ma già a partire dall’età del Bronzo (XVI secolo a.C.).

La scoperta del sito avvenne in modo fortuito durante i lavori di sbancamento per la posa di una grande condotta idrica e del relativo bacino di compenso a servizio dell’interporto. In quell’occasione furono intercettate strutture litiche realizzate con ciottoli fluviali legati da argilla, disposte secondo allineamenti regolari, e un deposito archeologico ricco di materiale fittile, tra cui elementi di copertura (tegole e coppi) e abbondante vasellame da mensa e da dispensa, riconducibile a un orizzonte etrusco arcaico. A seguito di queste scoperte, i lavori edilizi furono interrotti e si attivò una collaborazione istituzionale tra Soprintendenza, Comune di Prato e Interporto, che consentì di reperire le risorse necessarie per avviare una ricerca archeologica sistematica.

La prima grande campagna di scavo portò alla luce un vasto edificio residenziale organizzato attorno a un cortile centrale scoperto, pavimentato con una massicciata di ciottoli, sul quale si affacciavano ambienti a funzione abitativa e di servizio, come dimostra il vasellame rinvenuto. L’intero complesso era circondato da un profondo canale drenante, destinato alla regimazione delle acque, elemento essenziale ma anche problematico per l’assetto idrogeologico del sito, che fu probabilmente una delle cause dell’abbandono precoce dell’abitato etrusco di età tardo arcaica.

Questo complesso residenziale fu denominato edificio 1 del lotto 14, e consisteva in una grande casa ad atrio di circa 1.492 m², organizzata secondo un modello architettonico ben noto nel mondo etrusco e romano arcaico, con confronti diretti a Marzabotto e a Roma.

L’edificio, prospettato su un’ampia strada glareata con orientamento nord/est-sud/ovest,  presenta un ingresso su vestibolo, un atrio compluviato con pozzo per la captazione delle acque e ambienti laterali con funzioni residenziali e di servizio. Particolare rilievo assumono le sale di rappresentanza e da banchetto, luoghi centrali nella vita sociale e rituale delle élite etrusche.

Durante lo scavo è stato recuperato in forma frammentaria l’intero sistema di copertura della casa, ricostruito grazie a un accurato lavoro di documentazione e restauro. Il tetto, a doppio spiovente, era realizzato con un complesso apparato di tegole e coppi, arricchito da antefisse figurate plastiche a palmetta e a menade, caratterizzate da una resa stilistica di derivazione  ionica . I restauri sono stati condotti parallelamente alle campagne di scavo, grazie al sostegno economico del Comune e della Provincia di Prato, della Regione e del Ministero.

Ulteriori scavi nel lotto 15 hanno restituito altri edifici affacciati su una rete stradale regolare, con una grande strada glareata ortogonale a quella sulla quale si affaccia l’edificio 1 del Lotto 14, larga circa 10 metri. L’organizzazione degli spazi conferma un impianto urbano ortogonale, modulare, delimitato da canali drenanti, del tutto analogo a quello di Marzabotto.

La cultura materiale rinvenuta a Gonfienti riflette un livello socio-economico elevato: ceramica depurata, bucchero, ceramica d’impasto funzionale alla cucina e alla conservazione dei cibi, oltre a numerosi oggetti di importazione, come hydriai di derivazione samia e kylikes attiche. Tra queste spicca una coppa attribuita, su base stilistica, al pittore ateniese Douris (attivo tra 475 e 450 a.C.), noto per soggetti mitologici rari e colti, che attestano l’alto profilo culturale dei proprietari della residenza e, più in generale, della città.

Accanto al vasellame sono stati rinvenuti anche oggetti di prestigio, come un anello girevole in corniola con incisi una sfinge e uno scarabeo sui due lati, ulteriore indizio del rango elevato degli abitanti. L’insediamento prevedeva inoltre una pianificazione accurata del territorio agricolo circostante: la regimazione delle acque, la presenza di pozzi rivestiti in ciottoli fluviali e la divisione in lotti agrari mostrano un’organizzazione che anticipa, per molti aspetti, la futura centuriazione romana.

Il limite occidentale attualmente noto della città etrusca è stato individuato in occasione di lavori presso Villa Nicolini,  dove è emersa un’altra porzione della ampia strada glareata sulla quale si affaccia la grande residenza del Lotto 14, verosimilmente l’asse principale dell’abitato. Nel suo complesso, Gonfienti si configura come un nodo strategico di primaria importanza nelle reti di scambio tra Etruria interna, area padana transappenninica e versanti tirrenico e adriatico, sfruttando i corridoi naturali delle valli del Bisenzio, del Reno e del Setta.

La crescita della città è attestata soprattutto tra il VI e il V secolo a.C., in una fase di forte vitalità economica legata allo spostamento dei traffici verso i porti dell’Etruria settentrionale, in un Mediterraneo segnato da profondi mutamenti geopolitici e dall’aumento dell’instabilità nel Sud Italia.

L’intervento si conclude sottolineando l’importanza della collaborazione tra enti pubblici  (Comuni di Campi Bisenzio e di Prato), musei (Museo archeologico di Gonfienti nella Rocca Strozzi di Campi Bisenzio  e il Palazzo Pretorio di Prato), e associazioni di volontariato (Gruppo Archeologico l’Offerente), che consente, nonostante risorse limitate, di mantenere accessibili i siti archeologici e di restituire alla collettività uno dei complessi etruschi più significativi dell’Italia centro-settentrionale.

 

 

 

Etruschi sulla Retaia

 

 

 

Raffaella da Vela

L’intervento introduce il pubblico a un contesto archeologico radicalmente diverso da quello urbano e pianeggiante di Gonfienti: il Monte Retaia, nel sistema montuoso della Calvana, indagato con una breve ma significativa campagna di scavo condotta nell’ottobre dell’anno precedente.

La relatrice chiarisce fin dall’inizio il carattere esplorativo e preliminare dell’indagine: quattro soli giorni di scavo, in un ambiente montano estremo, lontano da qualsiasi aspettativa monumentale. Non domus aristocratiche, dunque, ma un paesaggio archeologico d’altura, da comprendere attraverso indizi minimi, dispersioni di materiali e letture territoriali.

Il contesto geografico e ambientale

Il sito si colloca presso la Croce della Retaia, a quota compresa tra i 770 e gli 810 metri, lungo un crinale che costituisce un naturale crocevia di percorsi montani. Da qui si domina visivamente un vastissimo territorio: le valli dell’Arno, del Bisenzio e della Marina, l’Appennino settentrionale, il Chianti, Monte Albano, Monte Morello, fino a scorci eccezionali che, in condizioni particolari, permettono di intravedere persino il mare e l’isola di Gorgona.

Dal punto di vista ambientale, la Retaia presenta condizioni opposte rispetto a Gonfienti: assenza quasi totale di acqua in superficie, suolo carsico, vegetazione a brughiera oggi destinata al pascolo. L’accessibilità è difficoltosa: lunghi tratti su strade carrarecce sconnesse, seguiti da un impegnativo percorso a piedi con forte dislivello, che impone il trasporto manuale di attrezzature, materiali e acqua.

L’organizzazione dello scavo e la cooperazione internazionale

Lo scavo è attivo dal 2023 nell’ambito di un accordo di cooperazione internazionale tra il Ministero della Cultura (Soprintendenza ABAP di Firenze, Pistoia e Prato) e l’Università di Tubinga, sostenuto finanziariamente dalla DeutscheForschungsgemeinschaft. L’accordo garantisce una collaborazione paritaria: condivisione dei dati, pubblicazioni congiunte e deposito dei materiali presso il Mulino di Gonfienti.

Un ruolo centrale è svolto dal Gruppo Archeologico l’Offerente, la cui collaborazione non si limita alla logistica (trasporti, manutenzione dei percorsi, allestimento delle coperture di cantiere), ma assume un valore culturale profondo: ricordare quotidianamente che la ricerca archeologica è finalizzata alla restituzione pubblica della storia, non solo alla produzione accademica.

Fondamentale è anche il contributo di associazioni locali, volontari, enti proprietari dei terreni e studenti universitari in fase avanzata (master, dottorato), selezionati per l’elevata competenza richiesta da una stratigrafia montana complessa, caratterizzata da depositi erosi e rimaneggiati, inadatti a uno scavo didattico tradizionale.

Le premesse scientifiche e l’avvio della ricerca

La Retaia non è un sito sconosciuto: ricognizioni precedenti e segnalazioni del Gruppo l’Offerente risalenti al 2004 avevano già individuato materiali etruschi di età arcaica e classica, analoghi a quelli di Gonfienti (orci, ziri, ceramica da cucina). Tali dati sono riportati nella Carta archeologica della Provincia di Prato, pubblicata nel 2011.

Nel 2019, all’interno di un progetto di ricerca più ampio dedicato al ruolo delle risorse e della mobilità umana nell’Appennino settentrionale, la relatrice ha riconsiderato questi indizi, inserendoli in un sistema GIS volto alla ricostruzione delle reti viarie antiche. L’attenzione si è concentrata su un nodo apparentemente marginale ma strategico, lungo i collegamenti tra Gonfienti, Marzabotto e l’Etruria padana.

Da qui la decisione di avviare una verifica sul campo, resa possibile grazie alla collaborazione con la Soprintendenza e formalizzata attraverso l’accordo internazionale.

I risultati preliminari dello scavo

Le indagini si sono avvalse di rilievi topografici avanzati mediante drone e modellazione digitale del terreno, che hanno permesso di individuare un’area coerente di frequentazione compresa tra gli 800 e gli 810 metri di quota, attraversata dalla via di crinale.

Sono stati aperti due saggi principali:

  • Saggio 1: ha restituito affioramenti rocciosi naturali con evidenti segni di erosione da acqua, probabilmente sfruttati o adattati come canalette. Al loro interno sono stati rinvenuti frammenti ceramici etruschi arcaici e pietre con tracce di lavorazione, forse utilizzate come strumenti.
  • Saggio 2: posto sul fianco della collina, ha restituito materiali analoghi a quelli di Gonfienti, tra cui macinelli e un piccolo frammento di chiodo in ferro. La distribuzione dei reperti indica chiaramente fenomeni di scivolamento e rimaneggiamento dei depositi.

I materiali, molto frammentari, non sono ancora restaurabili né disegnati, ma risultano sufficienti a confermare una frequentazione etrusca stabile.

Prospettive di ricerca

La prossima campagna si pone due obiettivi principali:

  1. Definire la natura dell’insediamento: non una necropoli, ma forse un villaggio d’altura, un insediamento sparso o un sito con funzioni specifiche legate al controllo del territorio e delle vie di comunicazione.
  2. Analizzare il rapporto tra città e territorio: attraverso studi archeometrici comparativi sulle ceramiche della Retaia e di Gonfienti, per verificare l’origine delle argille e stabilire se esistano legami produttivi diretti con le officine urbane.

L’interesse del sito risiede anche nella possibilità di illuminare aspetti della vita quotidiana di fasce sociali non élitarie, normalmente invisibili nelle necropoli monumentali e nelle grandi città.

Conclusione

L’intervento si chiude con un invito alla partecipazione pubblica: durante la successiva campagna di scavo, il sito sarà visitabile accompagnati dai membri del Gruppo Archeologico, non tanto per osservare reperti spettacolari, quanto per comprendere come lavora l’archeologia sul campo in un contesto montano complesso.

La Retaia emerge così come tassello fondamentale per comprendere il sistema territoriale etrusco tra pianura e montagna, tra città e crinale appenninico, ampliando e completando il quadro tracciato dagli scavi di Gonfienti.